Con la cultura non si mangia: cronache dal Bel Paese

Essere uno studente di Scienze Politiche ha senza dubbio dei “vantaggi”, ma, mano mano che mi avvicino alla mia laurea, sono gli “svantaggi” a prendere il sopravvento. Uno degli svantaggi è indubbiamente il fatto che quando esci a prendere una birra con gli amici, ti ritrovi a parlare di associazionismo universitario e di percentuali di Pil spese in istruzione in Unione Europea. A completamento dell’amena serata non vi è solo il fatto che siamo andati a cercare delle fonti attendibili, ma vi è la mia indomabile voglia di parlarne. Ha così inizio una disperata battaglia contro Morfeo che prova a convincermi, avendo anche ragione, a recuperare le ore di sonno perse durante le due campagne elettorali di quest’anno.

Torniamo alla nostra “perversione” iniziale. Secondo i dati Eurostat del 2017 (i primi che siamo riusciti a trovare in birreria) l’Italia si trova terz’ultima in Europa per percentuale di Pil speso nell’istruzione, dietro di noi solo Irlanda e Romania. Tralasciando analisi noiose e impraticabili a quest’ora della notte sulla situazione economica di questi due paesi, noto con piacere che i nostri amici d’oltralpe sono decimi nella graduatoria, ma subito mi salta all’occhio che Malta e Cipro (rispettivamente undicesima e ottava) danno molta più importanza all’istruzione di quanto ci si aspetterebbe da paesi cosi piccoli e, in potenza, privi di risorse.

Fig. 1

Da queste basi è partito il nostro dibattito del venerdì sera:

Primo punto di riflessione: avere più di 50 milioni di abitanti non è segno di lungimiranza politica, o meglio, non è sufficiente per trovare le risorse adeguate per avere strutture culturali in grado di competere a livello mondiale. Abbiamo appena trasformato il nostro tavolo in un gruppo di futuri studenti di San Marino.

Secondo punto di riflessione: in riferimento al punto primo, mi fanno notare come un paese di 600 mila abitanti come l’Islanda sia più facile da controllare in modo sistematico e che, quindi, il reperimento delle risorse raggiunge quasi la totalità della popolazione. Vero, ma noi in Italia non ci sforziamo neanche troppo a combattere l’evasione.

Terzo punto di riflessione: l’Italia è un paese per vecchi. Spendiamo circa il 16% in pensioni (chimera della nostra generazione) e il 7% in Sanità (Fig.1). Siamo primi solo come spesa pensionistica, nella Sanità facciamo comunque meno schifo che con l’Istruzione. Oltre alla mozione San Marino ora si manifesta una mozione emigrazione più generica, l’importante è andarsene.

Quarto ed ultimo punto di riflessione: (come il numero di birre che ognuno dei miei compagni ha preso) un popolo ignorante è più facile da comandare. Ora, al di là della sterile polemica che questo articolo rappresenta, è innegabile che il Ministero dell’Istruzione meriti una sistemata; si dovrebbe iniziare ricominciando tutto da capo. La categoria degli insegnanti è tra le più sottopagate e, a volte, impreparate d’Europa. Il periodo di “scuola dell’obbligo” andrebbe rivisto nei programmi, nelle sue scadenze e nella sua durata, introducendo un vero metodo di valutazione dei docenti e degli istituti. Bisognerebbe pianificare un vero e proprio Piano Marshall dell’edilizia scolastica, per recuperare alcuni edifici che necessitano di ristrutturazioni e per costruire nuovi spazi in grado di accogliere la massa crescente di studenti universitari.

Il Sole 24 Ore sottolinea inoltre la carenza di risorse per le borse di studio e altri strumenti di mobilità sociale. Elementi la cui carenza disincentiva la scelta di corsi che potrebbero avere un impatto immediato sullo sviluppo economico. Al tutto si aggiunge anche una retribuzione media dei laureati a un anno dal titolo che supera di poco i 1.100 euro netti, spingendo alla fuga all’estero dei profili più specializzati: i cosiddetti “cervelli in fuga”.

Mi rendo conto, rileggendo quanto scritto, che la tematica risulta assai ampia e mal trattata. Ho preferito riassumere in “pillole” quanto venuto fuori in tre ore e mezzo di conversazione amichevole, prima che ci sbattessero fuori dalla birreria. Probabilmente in futuro mi risiederò dietro questo schermo per approfondire anche uno solo di questi punti e, chissà, un giorno potrò anche io sedermi in Parlamento e dibattere la questione vestito rigorosamente con un costume da Zorro.

Ad Maiora!

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